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Terremoto in Messina – 1908 – Vivere il Quarto Voto – Rispondere ai Disastri fa Parte della Storia dei Camilliani
Posted on September 21, 2009. Filed under: 2009 Summer-Fall Newsletter, All Posts, History, Italian, Order (Ministers of the Infirm) |
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Messina, 28 dicembre 1908. Sono le 4 del mattino.
Fr. Vincenzo Ambrosini è già sveglio per controllare con la luce fioca del fiammifero l’orologio. È lui infatti, che ha il compito di dare la sveglia (5.15) e di preparare la colazione.
Quella mattina, oppresso da un’inspiegabile ansia, decide, senza motivo, di batter le ore prima del previsto.
A sentire la campana, P. Indelicato, allora Superiore, si inquieta: ci sono due postulanti in casa, essendo vacanza avrebbe potuto lasciarli dormire cinque minuti di più!
Pochi istanti dopo, però, ecco la strage.
Un “rombo cupo seguito dal moto prima ondulatorio, indi sussultorio, infine vorticoso” distrugge in non più di 30 secondi, la città di Messina.
I sassi iniziano a precipitare: “Gesù mio, misericordia”!
Di quei tremendi momenti e delle difficoltà dei giorni successivi, ci resta la testimonianza di P. Francesco Indelicato, religioso acese[1] - felice coincidenza per chi sta scrivendo - ma veronese d’adozione[2].
Le sue memorie sono state raccolte in un manoscritto riportato quasi per intero nel Domesticum[3].
Si tratta di una lunga lettera scritta al P. Ravanelli Silvio[4], in cui l’Autore racconta con dovizia di particolari gli episodi, le problematiche e il dolore di quei giorni.
Il presente lavoro, attingendo alla fonte sopracitata, lascia alla penna del protagonista (il corsivo) la cronaca di quello che passò alla storia come il terremoto di Messina e Reggio Calabria[5].
Giovanni! Giovanni! Vieni qua…
Era uno dei miei due ragazzi che io chiamavo, quello appunto ch’era una perla cui io e tutti di casa volevamo tanto bene. Egli mi rispose: Padre…, ed io credo, che si era già mosso per venire da me; ma il poverino non ebbe tempo perché all’istante il fracasso giunse al colmo precipitando il muro della Chiesa sulla nostra Casa e seppellendomelo insieme ad un suo compagno[6] tra le macerie. Fu tale il peso e la violenza, che si tirò sotto il tetto, il soffitto e il pavimento del dormitorio comune e sala di ricreazione gettando tutto al pian terreno. Richiamo, mentre tuttavia seguitava il terremoto, non mi rispose più, lasciandomi nel più fitto del dolore.
Nella stanza attigua, P. Jablonski, destatosi all’ improvviso, sbalzò al varco della sua porta; ma per lui quest’espediente non fu felice, mentre v’era sotto, dovette levarsi e rientrare in istanza perché precipitava l’architrave ed in parte il muro di sopra. Anche il povero Fr. Ambrosini è in preda al panico e come pazzo grida in refettorio: misericordia!.
Ancora pochi secondi e poi, silenzio. Nessuno si è ancora reso conto dell’intensità ed estensione del disastro.
Dalla finestra, unico contatto integro con il mondo, entra una nube di polvere tale da soffocare le narici: il plesso scolastico di fronte alla comunità è crollato interamente.
È solo una triste anteprima di ciò che è accaduto.
Case, scuole…e ancora la Palazzata, il Teatro, il Duomo,…sono rasi completamente al suolo.
Dal vicinato si levano voci: chi per esser ferito, chi per esser tutt’ora obbligato sotto le macerie, chi tra pianto e singhiozzi chiamando i suoi che vedevasi mancare al fianco.
Col cuore ancora stretto nel dolore per la perdita dei propri cari, P. Indelicato si reca all’Ospedale civico dove P. Steccanella presta servizio.
Ecco il suo racconto.
La mia prima visita fu all’Ospedale ridotto pure ad un mucchio di rovine. Come volle Iddio, non guardando ai pericoli, giacché i muri pendenti e le scosse sebben leggere pur non cessavano, valicai il mucchio per essere all’alloggio del Padre. Era gente in cortile, domando: P. Steccanella?… – È morto, una voce fredda qual ghiaccio, si fa rispondermi. – O mio Dio, grido io allora, anche quest’altro dolore! Or che farò io povero e desolato? – Intanto corro alla stanza pure ridotta un mucchio di rovine per la soprasacristia che l’era precipitata addosso. Chiamo: Padre, Padre, Padre Steccanella!…- Nessun gemito, nessun lamento. – Dunque non mi resta più che fare, ancor questo ho perduto.
La situazione però, non permette di soffermarsi nella pena: c’è tanta gente che necessita di aiuto.
Ancora con le lacrime agli occhi, P. Indelicato si accorge del Cappellano P. Muscolino con un gruppo di suore che chiedono l’assoluzione e l’aiuto a discendere. Fa quel che può, quindi si dirige verso l’Arcivescovado passando dalla via Cardines su per le macerie ed eccitando al dolore ed assolvendo quanti poteva ed incontrava superstiti feriti, e non feriti, dentro e fuori delle macerie.
Giunto all’Arcivescovado, questo era illeso, ma Monsignore Arcivescovo è più morto che vivo, non già per la paura del terremoto quanto per la catastrofe avvenuta. Date le prime notizie sulla perdita dei confratelli, il nostro Padre si licenzia e fa ritorno a casa per la via 1° Settembre, Piazza Duomo e Corso Cavour facendo quanto prima e aiutando, dove era possibile aiutare, a liberare feriti.
In questo scenario di desolazione, un pensiero va anche ai malati e ai benefattori conoscenti: la gran parte sono morti; ma come non dovevano essere morti quando si dice che per tal flagello in Messina solamente, debbon esser periti più di 100.000 abitanti?[7]
In un simile contesto c’è solo da rimboccarsi le maniche slanciandosi come veri figli di S. Camillo in mezzo a tanto frangente.
Scrive P. Indelicato: Noi siamo ad aiutare e assistere; si corre al salvataggio e noi diamo mano ed aiuto; si manca di viveri e si dà il sacco alle botteghe rimaste in piedi. Pur noi siam là a prendere quanto di ristoro si può portare alla povera gente massime agl’Infermi; arance, liquori, marsala e poiché la fame ne fa fare di brutte, alle volte si era costretti lottare con forza con quei sani che volevano strapparceli di mano mentre noi volevam soccorrere quelli di loro ch’eran più bisognosi.
All’alba del 29 dicembre, Messina comincia ad affollarsi di militari dapprima i Russi, che compiron prodigi, poi gli Inglesi, che pure fecer tanto; infine gli Italiani -dopo due settimane (!)- che venner a compiere il sacco della città.
I militari non pensano due volte a fucilare gli sciacalli, sorpresi a frugare tra le macerie per mantenere l’ordine pubblico.
Anche P. Indelicato è vittima di uno spiacevole episodio in tal senso. Mentre cercava di salvare il salvabile di una chiesa, viene arrestato e portato al comando dei Carabinieri, perché sotto la sua veste si può celare qualche brutto tipo. Sarà necessario l’intervento dell’Arcivescovo per evitare il peggio.
Intanto fra tanti dolori non manca qualche consolazione.
Si tratta della visita del Consultore P. Galvani Angelo, che rimarrà nella città siciliana fino alla sera del 21 gennaio, accompagnato da P. Di Lellio Ambrogio della Casa de’ SS Vincenzo ed Anastasio di Roma.
L’incontro è pieno di comprensibile emozione.
Mi si viene incontro dal P. Jablonski: - Padre abbiamo il P. Consultore con noi… - Quale? Dico io… - Galvani, ed intanto lo vedo e non posso trattenere le lagrime. – Ah! Padre, dico, dov’è venuto mai, nel campo della morte! Ora dove lo metterò io a dormire per questa notte? Si accontenterà di dormir sulla paglia come Nostro Signore nella capanna di Betlemme! Dico il vero che l’atto generoso mi spremette maggiormente le lacrime. – Fa niente, figliuolo, mi disse, ci adatteremo e sarem contenti di provare i rigori con voi. Siamo venuti per aiutarvi. Dite cosa dobbiam fare e siamo qui.
Nella capanna improvvisata nel giardino dietro casa, non più di 8 mq, alloggiano adesso 17 persone.
Le giornate sembrano scorrere nella ordinaria quotidianità, tra preghiera e ministero.
La S. Messa è celebrata adoprando l’altare portatile in una casa a pian terreno […] rimasta abbastanza incolume. Sopra in un camerino destinato, accomodato un tavolino con un Tabernacolo e tutto l’occorrente da potervi pur celebrare la Santa Messa c’è il Santissimo, estratto da P. Indelicato dal Tabernacolo sotto le rovine di S. Teresa. Esso serve per le comunioni e i possibili Viatici. C’è pure l’occorrente per amministrare il S. Battesimo.
Nell’ambulanza di Piazza Ospedale, P. Galvani assiste i feriti, mentre P. Jablonski e P. Indelicato si prestano al loro soccorso per strada. A testimoniarlo ulteriormente, due foto: una del padre polacco con un bambino di 6 mesi in braccio mentre dall’ambulanza dell’Ospedale portavalo a bordo della Regina Elena, l’altra del padre siciliano mentre accompagnava i soldati a metter in salvo l’Abadessa di S. Caterina Valverde in un con tre sue converse.
Intanto il nuovo anno è già arrivato.
La sera (del 1°gennaio 1909) fu richiesto un Cappellano per accompagnare i feriti asportati dalla nave Città di Napoli ed il P. Di Lellio s’imbarcò a quest’effetto non dandoci più nove quali però ci venivano raccontate lodevolissime circa lo zelo dell’opera sua per parte di testimoni oculari. Egli fu di ritorno in Messina ma noi non lo vedemmo. Scese un po’ all’Arcivescovado per prendersi la licenza di poter celebrare sulla nave, quindi non ne sapemmo più nuova.
Col passare del tempo molti si domandano se valga ancora la pena restare o piuttosto tentare di ricostruire altrove la città distrutta. Eppure, nonostante tutto, i più si tengono ancora saldamente legati alla loro terra: Messina deve risorgere, anzi risorgerà dalle sue rovine. Le ragioni geografiche, commerciali, strategiche, come son quelle che la fecero nascere, son quelle ancora che la faranno rinascere. Se pure venisse ricostruita altrove, finirebbe a poco a poco col trasferirsi nella sua antica sede.[8]
Anche P. Indelicato è dello stesso parere, ma la sua - osserva P. Enrico Menozzi[9] - è più una passione ideale cristiana che non attaccamento terreno.
Chissà, forse per via del suo temperamento di buon siciliano, o forse, e di questo ne siamo più convinti, per la presenza del Cuore del Fondatore estratto intatto dalle macerie del Duomo, che lo incoraggia, ancor più in simile circostanza, a continuare l’opera intrapresa.
E così mentre Messina sperimentava lo strazio di una città desolata, cosparsa di macerie, incerta sul da fare, la Croce Rossa Camilliana portava dappertutto la testimonianza della solidarietà generosa e la consolazione di una fede che non tramonta.
Emilia Contarino
[1] Di Acireale, provincia di Catania
[2] P. Indelicato aveva, infatti, iniziato e completato gli studi teologici e la formazione camilliana a Verona, prestando servizio nel 1901 al “Ricovero” del capoluogo veneto. Nel 1905 fonderà a Messina la comunità assieme a Fr. Ambrosini. Successivamente, ad essi si aggregherà P. Trentin, proveniente dalla Spagna. Nel 1907, andato via P. Trentin, si aggiungeranno alla comunità il polacco P. Jablonski e il veneto P. Steccanella. P. Indelicato lascerà Messina nel 1910 per recarsi a Roma.
[3] Domesticum, Anno VIII, 6 febbraio 1909, numero 3.
[4] P. Ravanelli Silvio, originario della provincia di Trento, fu direttore della rivista Domesticum dal 1911 al 1916.
[5]Terremoto del 10° della scala Mercalli, accompagnato da maremoto: onde gigantesche, alte oltre 10 metri, raggiunsero il litorale spazzando e schiantando quanto esistente. Nel suo ritirarsi la marea risucchiò barche, cadaveri e feriti. Molte persone, uscite incolumi da crolli ed incendi, trascinate al largo affogarono miseramente.
[6] I nomi dei postulanti morti sono: Giovanni Malatino, da Francavilla e Santo Contri ,da Montalbano d’Elcona. Un terzo postulante Natale Ferrara, di Buenos Aires (che non dormiva in comunità) si salvò e con lui i suoi zii.
[7] Il terremoto distrusse più del 90% degli edifici. A quell’epoca Messina contava circa 130.000 abitanti: ne perse circa 80.000; Reggio Calabria su 45.000 ne perse circa 15.000.
[8] Pasquale Villari, storico e politico.
[9] Cfr. E. Menozzi, I Camilliani in Sicilia tre secoli di storia, Edizioni Camilliane, Torino, anno 2003
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