Terremoto Haiti 24 – CTF Central in Missione – Fratel Luca – Giorno 12

Fratel Luca Perletti, MI

Giorno 11

Marco, Jonathan e Gianluca sono arrivati l’altro ieri. In questi ultimi giorni della mia presenza a Port au Prince, ci aiuteranno a coordinare le varie iniziative del progetto “Haiti – un futuro migliore. Progetto multifattoriale a partire da istituzione ospedaliera”. In effetti in quest’ultimo mese sono avvenute molte cose e la vita sembra tornare alla normalità, per quanto normale possa essere la vita in una città colpita al cuore da un grave terremoto che ha lasciato molti morti, tanti feriti, il tessuto sociale, religioso e economico a pezzi. La vita a Port au Prince non sarà più la stessa, così come indica la scritta letta su un muro della capitale “adieu Port au Prince”. Molti sono i segni che l’emergenza è finita. Le strade sono intasate di macchine ed il traffico è rallentato ulteriormente dall’enorme numero di camion e di mezzi delle mille sigle che qui si sono radunate; per quanto possibile, si rimuovono le macerie dal fondo stradale, togliendo dagli occhi i segni più visibili del cataclisma (quando verranno rimosse le grandi macerie degli edifici e quando inizierà la ricostruzione è difficile saperlo); uomini e contingenti si apprestano a partire; le tende che hanno funzionato da ospedale si chiudono e vengono rispedite indietro. È il momento di iniziare a pensare al futuro. Alla adrenalina che suscita l’emergenza segue il lento e faticoso pianificare la ricostruzione e lo sviluppo. Qui serve costanza e determinazione, in mezzo a difficoltà croniche ed alle resistenze dei donatori ad aprire le casse, adesso che il terremoto non farà più notizia. Per alcuni, il terremoto può essere una opportunità per un salto decisivo verso l’affrancamento del Paese dalla miseria. Ci può essere del vero in questa affermazione, considerando la enorme visibilità che il tragico evento ha offerto e l’enorme risposta di enti nazionali e privati. Potrebbe trattarsi di una di quelle occasioni che si presentano al termine di un conflitto e che determinano il successivo sviluppo del Paese coinvolto. Se così fosse, benché umanamente inspiegabile, questa calamità avrebbe fatto da catalizzatore di progresso e di sviluppo. Ma non ci sarà da essere troppo ottimisti. In fondo, in un’epoca di estrema razionalità e di pragmaticità, scopriamo che a muoverci sono soprattutto le forti emozioni, veicolate – non potrebbe essere diversamente – dai potenti media. Basterà un altro evento od anche che l’obiettivo delle telecamere si sposti per far dimenticare questo Paese e la sua gente stupenda. E del suo sviluppo ci si dimenticherà in fretta. È il limite del lavoro in emergenza: si corre, magari disordinatamente, in aiuto per poi sentirsi inutili quando si tratta di pensare a come aiutare un Paese a tirarsi fuori da endemica povertà. Perchè questo è il vero problema e la vera sfida! E questa è di gran lunga più forte della risposta immediata ad un devastante terremoto. Sfidare la povertà richiede visione, coraggio, determinazione: è un lavoro giornaliero, silenzioso, non visto da nessuno e spesso rischioso. Non permette di girare in grosse vetture ultraaccessoriate, spostandosi da un meeting all’altro a riempiendo report. La povertà la si vince a fianco del povero, usando le sue stesse armi per il riscatto sociale e economico. E questo obbliga a stare al passo del cammino lento e insicuro di chi non ha risorse. La grossa sfida che segue l’emergenza causata dal terremoto è la lotta alla povertà. In fondo, i poveri che vivono nei quartieri perifici della città hanno subito meno danni materiali, visto che le loro case in lamiera hanno sopportato l’onda d’urto del terremoto. Ma per loro, l’emergenza è quotidiana, dovendo provvedere a sé ed ai propri cari con meno di un dollaro americano. Non basterà ricostruire le case e gli edifici simbolo del potere politico e religioso (nella sua furia devastante, il terremoto è stato equanime verso gli uni e gli altri) per risolvere i problemi. Qui la salute era e continuerà ad essere un sogno per molti: dati i costi, è un diritto negato a molti, a meno che ne abbiano le risorse per provvedere. E, come la salute, anche altri dei diritti fondamentali sono normalmente inaccessibili a una grande fetta delle popolazione. A partire dal nostro Foyer St. Camille vogliamo sognare un contributo allo sviluppo del popolo di Haiti. I Foyer ha dato un grande contributo alle vittime del terremoto, accogliendo i primi feriti, aprendo le porte a chi necessitava trattamenti chirurgici e mantenendo la sua attività in mezzo a oggettive difficoltà. Il dopo terremoto deve diventare una opportunità affinché il Foyer diventi un vero polo sanitario nella sua zona di competenza non solo attraverso la cura istituzionale resa più varia e qualificata, ma anche attraverso la medicina di base, da potenziare e diversificare, includendo progetti di sviluppo, non necessariamente sanitari, ma di grosso impatto nell’assicurare condizioni di vita migliori. A partire dall’esistente, il Foyer St. Camille deve potenziarsi e contribuire al benessere del popolo di Haiti in spirito di collaborazione con altre istituzioni similari.

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