Sumatra come Hiroshima

BANDA ACEH. ROCCAFORTE DELLA GUERRIGLIA ISLAMICA. GIORNALISTI CAMUFFATI DA PSICOLOGI E CRISTIANI GOCCIA NELL’OCEANO MUSULMANO. PASSAGGIO NELLA REGIONE PIù COLPITA DALLO TSUNAMI. DAL NOSTRO INVIATO

Ule Lhe, “la testa del serpente”, un elegante quartiere di vilette a due piani che si affacciava sull’oceano; Lhoknga, paradiso di risaie; Lamprit, la bella stazione balneare; Malahayati, il porto del petrolio… sono i granelli del rosario di Hiroshima che circondano Banda Aceh, la capitale della provincia settentrionale di Sumatra investita in pieno dal maremoto che il 26 dicembre si è scatenato a 80 chilometri da qui in fondo al mare. La distruzione è indescrivibile a parole. Solo la memoria storica visiva è di aiuto: la scena, in vari punti della costa lungo la punta estrema di Sumatra dov’è incastonata Banda Aceh, è la stessa della città giapponese colpita dalla prima bomba atomica, oppure del Vajont dopo l’esondazione della diga, ma su un’area cinquanta volte più grande.La scena è un deserto di rovine contorte, grovigli nerastri irriconoscibili di macerie, palme strappate, automobili accartocciate o spianate come fossero state modellini di latta;

dove è rimasto in piedi miracolosamente un edificio, le decine che lo circondavano sono scomparsi nel nulla, intorno non c’è un solo muro in piedi per interi chilometri quadrati. In vari punti l’acqua ha creato stagni da cui emerge ogni genere di detriti là dove prima c’erano case e giardini. Scorgo su una plancia immersa nella fanghiglia i poveri resti di un corpo mutilato, che qualcuno passerà poco dopo a ficcare in un sacco di plastica. Di quei sacchi ne ho visti alcuni lungo la strada sterrata che stiamo percorrendo qui a Ule Lhe, la stessa usata da decine di camion e pale meccaniche che vanno avanti e indietro caricando detriti sui rimorchi a portandoli lontani, senza badare troppo a quel che sotto i detriti è rimasto. Nel pomeriggio capiterà di avvistare un cadavere non ancora individuato da nessuno, frenato dalle frasche di uno stagno salato fra le rovine in prossimità della linea del mare: è il 15 di gennaio, 21 giorni dopo la grande onda, ma Banda Aceh è ancora uno sterminato camposanto a cielo aperto, dove l’unico suono che si sente è il rumore dei camion e delle ruspe, e solo la forte brezza dell’oceano e il lavorio dell’acqua salata impediscono l’esplosione di epidemie.

Ho visto strutture in cemento armato coi fili dell’armatura che penzolavano fuori arricciati come quelli di un filo elettrico senza protezione. Pilastri armati di acciaio spezzati e il metallo piegato come fosse stagno. Un ponte di parecchie tonnellate gettato giù dai suoi piloni e spostato di cinquanta metri. Che ne poteva essere dei fragili corpi umani? Eppure tanti sono incredibilmente sopravvissuti. Ho incontrato alcuni di loro al St. Elizabeth Hospital, l’ospedale cattolico di Medan, la capitale dell’adiacente provincia di Sumatra nord distante 350 chilometri e del tutto intatta. Rayvasa, 52 anni, fruttivendolo, è il viceresponsabile laico del Sacro Cuore di Gesù, l’unica parrocchia dei 500 cattolici della città (400 mila abitanti, tutti musulmani), ed è un miracolato: la sua abitazione, tutta in legno su una soletta di cemento, sorgeva quasi in riva al mare; l’hanno trovato due giorni dopo fra le macerie a quasi 6
chilometri da casa sua, ancora incosciente, con una tibia spezzata e nient’altro. Ma siede su una sponda del letto con lo sguardo cupo: quando è arrivata l’onda la famiglia era riunita per andare a Messa, lui e due figli (un maschio e una femmina) si sono salvati, la moglie e altri due figli sono scomparsi per sempre. «Era alta venti metri, lo giuro», racconta di quei momenti. «Ha distrutto tutte le case al primo colpo. Cosa penso di Dio dopo quello che è successo? Non possiamo dire nulla, questo fatto è un mistero della mente di Dio».
Di tono diverso il racconto di Mukhtar, molto giovane, la nostra guida pomeridiana a Banda Aceh. Mi scorta sui luoghi della tragedia insieme a un gruppetto di persone molto speciali (diremo poi perché) con un pulmino a pagamento. Dopo aver attraversato vari quartieri sconvolti, arriviamo quasi in riva al mare. Scende e indica un punto nel vuoto: «Là c’era la mia casa», dice in bahasa quasi sorridendo. «Io ero via col pulmino, ma mia moglie e due bambini piccoli sono spariti insieme alla casa. Però guardate laggiù: la moschea è tutta intatta! Davvero Dio è con noi». Risaliamo sul pulmino e nessuno più parla; partiamo. A rendere del tutto surreale la situazione provvede il lettore cd del pulmino, che trasmette canzoni francesi sentimentali in stile Edith Piaf ad alto volume, mentre davanti ai nostri occhi scorre un panorama interminabile di rovine.

PIU’ ARMI CHE CASE


A Banda Aceh tutto è surreale dopo questo maremoto apocalittico: il paesaggio urbano e quello umano. Tutto il mondo sa che Banda Aceh ha un grosso problema politico legato alla sua identità religiosa islamica, diversa da quella del resto dell’Indonesia. Banda Aceh è l’unica provincia di tutta l’Indonesia che applica la legge coranica, Saryat Islam, “la via dell’islam”, come annuncia un grande tabellone fuori dall’aeroporto. Qui è vietato bere birra, convertirsi a religioni diverse dall’islam e stare a casa dal lavoro la domenica, cose che fanno invece il resto degli indonesiani, benché musulmani per l’80 per cento. Banda Aceh è l’unica area dell’Indonesia che due secoli fa ha aderito alla riforma wahabita, dopo forti contrasti fra fazioni locali. Le varie concessioni del governo centrale non hanno sortito molto effetto, tanto che dal 1976 è attivo un movimento indipendentista di nome Gam (Movimento per Aceh libera) che pratica la lotta armata, ricevendo aiuti prima dalla Libia di Gheddafi e poi più recentemente, secondo molte informazioni, da Al Qaeda. L’esercito ha intensificato la repressione a partire dal maggio 2003, con una campagna che ha praticamente dimezzato le forze del Gam (da 5mila combattenti presunti a poco più di 2mila) e che solo il maremoto ha interrotto. Per anni i giornalisti stranieri hanno avuto divieto di accesso a questa polveriera, e anche ora che il governo ha aperto le porte alla solidarietà internazionale non è affatto facile ottenere libertà d’azione se si appartiene ai media. Nella provincia oggi sono presenti 35 mila soldati dei reparti di elites, più alcuni reparti della polizia antisommossa. Oggi a Banda Aceh ci sono letteralmente più armi da fuoco che case.

AMICO, TU CREI PROBLEMI


In un posto del genere, voi scorazzereste un pomeriggio intero in giro con tre suore (due locali ed una italiana) ed un longilineo sacerdote camilliano, per di più inconfondibilmente americano, tutti quanti con la loro croce bene in vista (ricorderete che quella dei camilliani, anche quando non è cucita sulla veste ma portata al collo, è di un rosso intensissimo), con corredo di interminabili foto di gruppo qua e là? Noi l’abbiamo fatto, e non è successo mai nulla di preoccupante, a parte una collezione di sguardi sospettosi o sorpresi. Ma in compenso tanti ragazzi salutavano con simpatia e un gruppo ha chiesto un passaggio per un vicino campo sfollati sul nostro pulmino. Dei guerriglieri, nessuna traccia. E che nemmeno l’esercito creda per davvero ai comunicati che tutti i giorni emette (ripetuti scontri armati col Gam che avrebbe dichiarato una tregua unilaterale solo per finta, aiuti razziati dai guerriglieri, minacce a
tutti gli stranieri) lo dimostrano vistosamente alcuni fatti:
1) nonostante il grande dispiego di uomini e mezzi militari, in città non vige alcun coprifuoco notturno;
2) dal centro città all’aeroporto, lungo un percorso di 5 chilometri, non esiste nessun posto di blocco, nemmeno nelle ore notturne; alle 6 di mattina si entra in auto nel compound dell’aeroporto e poi coi bagagli dentro l’edificio principale senza che nessuno fermi chiedendo i documenti o passando i bagagli ai raggi x;
3) si possono prendere foto ovunque, anche ritraendo picchetti di militari, senza che succeda nulla.
Eppure a Banda Aceh e dintorni di cose spiacevoli ne succedono. Racconta Scott Binet, medico sacerdote camilliano Usa, di aver tentato invano di offrire i propri servigi a Banda Aceh. Prima è stato pregato di allontanarsi da una comunità di gesuiti indonesiani che lo aveva brevemente ospitato, poi la stessa cosa gli è successa con un gruppo di volontari laici cristiani indonesiani. «Mi hanno detto: “La tua presenza crea problemi; viene continuamente gente a chiedere chi sei e quali sono i nostri rapporti con te”». «Il problema non è la gente comune», spiega padre Benyamin Purba, un cappuccino indonesiano coordinatore del Jarkas, la rete di organizzazioni umanitarie per il soccorso ad Aceh e dintorni promossa dalle diocesi cattoliche di Sumatra. «Quando andiamo nei villaggi, i musulmani accettano con gratitudine i nostri doni. Ma quando arriviamo in città come Aceh o altre località molto frequentate, ci capita di vedere rifiutate le nostre offerte di aiuto a causa dell’azione di alcuni propagandisti». Padre Purba non dice di più, ma è facile scoprire che i propagandisti in questione sono i militanti del Pks, un partito islamico intransigente che fa correre la voce che dietro gli aiuti dei cristiani indonesiani e stranieri si nasconde un programma di proselitismo cristiano a Sumatra e di indebolimento dell’identità islamica.
Effettivamente gli stranieri (ci sono più di duemila fra volontari civili e soldati stranieri a Banda Aceh e dintorni) non corrono pericoli, almeno per il momento, da parte del Gam. Ma ne corrono ogni giorno di più da parte di Jemaa Islamiya e Laskar Jihad, due gruppi terroristi islamici originari di Giava orientale strategicamente alleati di Al Qaeda, che potrebberom facilmente colpire Aceh come hanno colpito Giakarta nel recente passato.
Nel frattempo, Banda Aceh è diventata il porto di tutte le avventure. Poco distante dall’imponente moschea di Raya Baiturrahman, costruita nel 1879 dagli olandesi per sigillare la pace con gli acehnesi dopo averli sottomessi, sventola uno striscione che segnala la presenza nientemeno che di Scientology. Gli adepti di Ron Hubbard offrono massaggi speciali e altra consulenza finalizzata alla riabilitazione psichica agli ignari sopravvissuti, senza disdegnare soldati o giornalisti di passaggio. A Banda Aceh sono presenti ormai volontari di 48 nazionalità diverse, ma sarebbe un’esagerazione dire che stanno lavorando bene. A parte quelle che contribuiscono lodevolmente a liberare dal fango le case ancora abitabili e a recuperare beni ancora utilizzabili, la maggior parte sta ancora organizzando logisticamente la propria presenza in vista della ricostruzione, che non si sa quando comincerà. Alcune stanno semplicemente sventolando la bandiera. Nel deserto di Ule-Lhe, in prossimità del mare, mi imbatto nel tendone di Medecins sans frontieres Belgio: sotto ci sono 6 ragazzi e ragazze indonesiani sorridenti con la maglietta dell’associazione e un po’ di confezioni farmaceutiche ammucchiate su un bancone all’aperto. «Ma cosa fate qui, non esiste più nulla». «Ma no, stamattina sono passate due persone a chiedere i nostri medicinali».

VIVA GLI AUSTRALIANI

Discorso diverso per i militari: australiani, inglesi, francesi, malaysiani e tedeschi, ma ci sono anche americani (ben 24 navi e 90 velivoli), giapponesi e singaporesi. Senza di loro il bilancio di morte sarebbe molto più alto: nelle aree remote, acqua, medicine e
viveri sono arrivati grazie ai loro voli, e solo nell’ultima settimana grazie ai camion indonesiani; ma anche a Banda Aceh la popolazione non potrebbe sopravvivere senza il sistema di depurazione dell’acqua creato dall’esercito australiano e installato nei locali della chiesa cattolica. Ogni giorno lunghe file di donne bambini si assiepano nei pressi del Sacro Cuore per ricevere razioni di acqua dai serbatoi gestiti dai militari di Sydney.
Il vicepresidente dell’Indonesia ha dichiarato che entro la fine di marzo le truppe straniere dovranno lasciare l’Indonesia. Molti fra i volontari stranieri sono convinti che dopo i militari arriverà un ultimatum anche per i civili. Chi non se ne andrà, a meno che non lo caccino fisicamente, è padre Ferdinando Severi, il 70enne francescano conventuale parroco di Banda Aceh che il 26 dicembre si è salvato per un soffio mentre si trovava a Meulaboh (250 chilometri più a sud lungo la costa occidentale di Sumatra) per la Messa. I suoi cristiani (cinesi, batak, e altre etnie cristiane) sono andati quasi tutti via da Aceh, a casa di parenti, ma lui dice: «Dove dovrei andare? Il mio posto è questo, sto da queste parti dal 1968». E agli interrogativi religiosi intorno alla tragedia risponde brusco: «Sono domande inutili. Da che mondo è mondo, terremoti e inondazioni feriscono l’umanità. La risposta è la stessa di sempre: da quando si è separato da Dio col peccato originale, il mondo ha perso il suo equilibrio, la sua perfezione. Il mondo perfetto che non c’è più a causa del peccato possiamo ritrovarlo dentro di noi testimoniando i valori soprannaturali: l’amore per Dio, l’amore per il prossimo, il perdono, la fraternità». Caro, vecchio padre Ferdinando, salvato dalle acque.

di Casadei Rodolfo

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A Banda Aceh tutto è surreale dopo questo maremoto apocalittico: il paesaggio urbano e quello umano. Tutto il mondo sa che Banda Aceh ha un grosso problema politico legato alla sua identità religiosa islamica, diversa da quella del resto dell’Indonesia. Banda Aceh è l’unica provincia di tutta l’Indonesia che applica la legge coranica, Saryat Islam, “la via dell’islam”, come annuncia un grande tabellone fuori dall’aeroporto. Qui è vietato bere birra, convertirsi a religioni diverse dall’islam e stare a casa dal lavoro la domenica, cose che fanno invece il resto degli indonesiani, benché musulmani per l’80 per cento. Banda Aceh è l’unica area dell’Indonesia che due secoli fa ha aderito alla riforma wahabita, dopo forti contrasti fra fazioni locali. Le varie concessioni del governo centrale non hanno sortito molto effetto, tanto che dal 1976 è attivo un movimento indipendentista di nome Gam (Movimento per Aceh libera) che pratica la lotta armata, ricevendo aiuti prima dalla Libia di Gheddafi e poi più recentemente, secondo molte informazioni, da Al Qaeda. L’esercito ha intensificato la repressione a partire dal maggio 2003, con una campagna che ha praticamente dimezzato le forze del Gam (da 5mila combattenti presunti a poco più di 2mila) e che solo il maremoto ha interrotto. Per anni i giornalisti stranieri hanno avuto divieto di accesso a questa polveriera, e anche ora che il governo ha aperto le porte alla solidarietà internazionale non è affatto facile ottenere libertà d’azione se si appartiene ai media. Nella provincia oggi sono presenti 35 mila soldati dei reparti di elites, più alcuni reparti della polizia antisommossa. Oggi a Banda Aceh ci sono letteralmente più armi da fuoco che case.

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